A New Original

When I first started sharing my writing with a larger audience, I thought the pinnacle of success was lots of money, a book on a best seller list, and maybe a seat at Oprah’s table. Instead, so many other kinds of joy have arrived at my doorstep, and I’ll share one of those with you today.

My book, A Beautiful Woman in Venice, while being about Venetian women, is aimed at a general audience, and in Venice that means a lot of English speaking tourists. But I’ve had a number of people ask if the book is available in Italian; in fact, last summer I did a book promotion event for an audience that contained few English speakers, and I felt rather silly focusing on the work in English.

Rosalba Carriera

Rosalba Carriera, self portrait with picture of her sister

A few months ago I was very pleasantly surprised by my friend Adriano in Rome, who shared the news that his friend Tiziana decided to translate my chapter on Rosalba Carriera as an entertaining and edifying exercise for herself. She and I have now become friends and hope to meet face to face this summer when I go to Venice. Tiziana has graciously allowed me to share the chapter with you here. She is now at work translating Seductive Venice: In Casanova’s Footsteps, my guidebook to Casanova sites in Venice. Adriano is helping tirelessly with editing and finding the correct Italian translations of Casanova’s words (he wrote his memoirs in French). I hope to share that with you all soon too! 

Fingers crossed for me–I want to convince my publisher in Venice to pay them to complete this work and publish the book (books?) in Italian. Wow, a dream come true! Writing success looks like this: Generous people, excited readers, new friends, others who share their talent, and constantly growing and sharing as a writer. 

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Some of Rosalba’s portraits at the Ca’ Rezzonnico in Venice

Here it is, the chapter “An Abundance,” in translation: “Un’ abbondanza.”

Un artista deve patire un particolare grado di sofferenza quando è costretto a lasciare gli ocra, i terra bruciata, l’indaco, il vermiglio e lo smeraldo, i bagliori di diamante della luce sui canali veneziani o le torreggianti, rosse nuvole nel cielo ceruleo.

A 70 anni Rosalba aveva ancora l’energia e il vigore per dipingere con i suoi pastelli, ma stava tragicamente e rapidamente perdendo la vista. “Quando ero cieca non mi preoccupavo di niente, ora voglio vedere tutto”, scriveva Rosalba Carriera, una delle più influenti artiste del settecentesco Rococò. (cit. Blashfield 487). Come si intuisce da questa citazione, era diventata cieca ma aveva recuperato la vista per un breve periodo, fino a perderla di nuovo completamente.

Rosalba era nata nell’isola di Chioggia, proprio a sud dell’arcipelago di Venezia. La sua casa natale affacciava sulla chiesa di San Francesco delle Muneghette, in Corso del Popolo, ora Calle Rosalba Carriera. Coincidenza vuole che questa, più tardi, sia stata la casa del commediografo Carlo Goldoni; una targa commemora entrambi.

Molte fonti fanno risalire la data di nascita di Rosalba al 7 ottobre 1675, sebbene lo storico Neil Jeffares propenda per l’anno 1673. Rosalba ebbe una sorella, nata nel 1675, alla quale fu dato lo stesso nome ma che veniva chiamata Giovanna; molti studiosi confondono le due, confondendo altresì le date di nascita. Una terza sorella, Angela, seguì nel 1677.

Nel preparare la figlia ad essere in grado di badare a se stessa, la madre di Rosalba, Alba Foresti, le fece imparare a disegnare i motivi dei merletti di Murano; è con questo impiego che Rosalba contribuì al menage familiare una volta cresciuta. Ma la produzione subì un declino in quel periodo e Rosalba cercò fonti di guadagno alternative.

Poco si parla, nelle fonti, del padre Andrea, eccetto che fosse un impiegato.

Certamente la madre deve essersi preoccupata molto del futuro delle sue figlie e della loro dote. In ogni caso, il padre di Rosalba si occupò attentamente della famiglia, come è dimostrato in una lettera del 1701. Mentre era fuori casa, appreso che Giovanna era malata, scrisse: ” Prometto di fare penitenza dei miei peccati mortali affinché Giovanna si riprenda dalla sua malattia… Non mancate di mandarmi ogni settimana il bollettino delle sue condizioni e della sua dieta” (Carriera – lettera 301).

La famiglia era molto importante per Rosalba; vi restò unita per tutta la vita.

Rosalba aveva iniziato il suo apprendistato artistico imparando a dipingere all’età di 14 anni, probabilmente con Giovanni Diamentini, perché copiò alcuni dei suoi dipinti (questo era il tipico metodo per apprendere le basi). Altre prove evidenziano in Antonio Balestra un altro maestro, del quale Rosalba copiò  i lavori, mentre altri suoi maestri possono essere stati Antonio Lazzari e Federico Bencovich (Jeffares 1).

Accanto ai ritratti, molti dei suoi primi lavori furono dipinti di carattere allegorico, come il ritratto di donna denominata America, o la vasta e popolare produzione dei gruppi delle Quattro Stagioni (che fruttavano 240 zecchini, un prezzo considerevole). In questi simbolici, spesso voluttuosi soggetti le donne erano rivestite di caratteristiche che andavano al di là del semplice ritratto. Ad esempio la mitica Flora aveva, come di consueto, fiori tra i capelli e un tessuto drappeggiato di lato a rivelare un seno seducente: questa non era semplicemente una donna adorna di margherite ma la rappresentazione di un’abbondanza, l’immagine della fertilità.

Questi dipinti allegorici si ritroveranno costantemente nella produzione di Rosalba.

La pittrice infuse molti dei suoi soggetti di una gioia che proveniva da dentro, forse quella stessa che lei provava e rendeva attraverso colori vibranti.

Il padre di Rosalba sostenne la promettente carriera della figlia come artista. Si presume che proprio un suo amico, il canonico Felice Ramelli,  abbia insegnato a Rosalba a dipingere le miniature (Blashfield 393). Molto popolari all’epoca erano le tabacchiere, usate non solo per contenere il tabacco ma considerate dai gentiluomini oggetto d’arte, all’interno del quale usavano tenere un ritratto in miniatura, spesso della propria innamorata. Le memorie di Giacomo Casanova, ad esempio, rivelano che egli collezionava queste tabacchiere, come parte delle sue ricchezze e anche come ricordo delle sue avventure amorose.

Generalmente i ritratti in miniatura erano dipinti su pergamena all’interno del coperchio della scatolina; Rosalba migliorò la tecnica in uso preferendo colori a tempera e l’utilizzo dell’avorio, che permetteva di ottenere immagini più incisive e di più lunga durata.

Rosalba dipinse una miniatura di Gesù per la sua amica, la sorella Beatrice Daria, che scrisse nel 1731: “E’ così bello che sembra vivo e come se fosse in Paradiso”. Lei stessa molto devota, riusciva a trasmettere il suo fervore religioso nei soggetti che dipingeva.

Molti artisti si appropriarono delle tecniche di miniatura di Rosalba. Oltre che sulle tabacchiere, Rosalba dipinse su spille, bracciali, fermagli, medaglioni.

Attorno al 1700 Rosalba trovò un nuovo mezzo, i pastelli. Iniziò con ritratti a grandezza naturale, nella classica posa col busto del soggetto leggermente girato ma il volto rivolto allo spettatore.

Oltre alle figure allegoriche, Rosalba iniziò a prendere in carico numerose commissioni per ritratti. La sua fama lentamente aumentava.

Come il ‘700 fiorì a Venezia, il tenore della società divenne sempre più frivolo e leggero. Era l’epoca dei cieli azzurri, delle guance rosate, degli abiti bianchi e delle gialle cuffiette. Vestiti frivoli, pizzi, tessuti che sembravano più leggeri dell’aria coprivano appena seni e sorrisi maliziosi. Era nato il Rococò e molti storici concordano nel dare a Rosalba un ruolo incisivo in questo movimento estetico (E. Britannica).

I soffici pastelli di Rosalba, piuttosto che i pesanti chiaroscuri dei dipinti a olio dei suoi predecessori, diventano la moda del momento.

I pastelli permettevano a Rosalba di lavorare velocemente e di mantenere bassi i costi, il che rese i suoi lavori più accessibili.

Rosalba iniziava facendo uno schizzo, così che il soggetto poteva prendere delle pause, rilassarsi e chiacchierare con gli amici, ritornando solo più tardi per permettere alla pittrice di terminare il ritratto. La biografa Evangeline Blashfield sostiene che il tocco leggero e delicato di Rosalba le permise di eccellere nel ritrarre donne e bambini. Anche i pittori che preferivano i colori ad olio, iniziarono ad adottare tonalità più chiare, dopo la popolarità dei pastelli. Rosalba era particolarmente abile nel rendere la trama dei tessuti; i ricami, le trecce, le pellicce, i gioielli, la pelle, i capelli dei suoi soggetti. Impiegava una tecnica che consisteva  nel sovrapporre un colore all’altro così da creare una texture che riusciva a dare “il senso” del tessuto, più che un’accurata e realistica descrizione dello stesso.

Jeffares sostiene che “Colore e texture superano le carenze nel disegno e nella caratterizzazione, che le si potevano imputare”.

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Two portraits by Rosalba

Ai suoi tempi, nessuno sembrava accusare Rosalba di avere delle mancanze. Le commissioni fioccavano.

Nel 1705 fu introdotta come membro all’Accademia di Firenze e in seguito all’Accademia di San Luca a Roma, come “accademico di merito”.

Nel 1706 fu invitata a Dusseldorf per ritrarre i membri della corte. Dal 1708 a Venezia i nobili affollavano il suo studio per posare con lei. Nel 1713 ritrasse il re Augusto III di Polonia, che riuscì a creare nel tempo la più grande collezione dei suoi lavori, più di 150 pastelli.

Nel 1719 anche il “padre del Rococò”, il pittore Antoine Watteau, le chiese un ritratto. Nel 1720 la sua fama era talmente cresciuta che fu nominata membro onorario dell’Accademia di pittura sia a Bologna che a Parigi.

Qualche volta era costretta a respingere le commissioni per mancanza di tempo. Brevi note sul suo diario, nel 1721, lo rimarcano: “Declinata l’esecuzione di due ritratti per Messers Roland. Declinato l’ordine di un ritratto per MrPrussan.

La sua vita era creativa, impegnata, soddisfacente. Modesta e schiva, Rosalba faceva quello che sapeva fare meglio –  catturare le sembianze delle persone.

Nel 1714 la sorella Angela sposò il pittore Giovanni Pellegrini, che ricevette più tardi, dal famoso  economista John Law, la commissione per dipingere l’atrio della RoyalBank di Parigi.

Il ricco mecenate Pierre Crozat, grande ammiratore dei lavori di Rosalba, convinse anche il resto della famiglia a recarsi a Parigi e a stabilirsi nella sua residenza.

Antonio Maria Zanetti, l’amico di lunga data di Rosalba, scortò lei e la sua famiglia durante il viaggio; la sua presenza maschile fu tanto più  indispensabile dal momento che il padre della pittrice era venuto a mancare l’anno precedente.

Per 18 mesi, dal 1720 al 1721, Rosalba ebbe la gioia di veder ammirati e richiesti i suoi lavori. Le furono ordinati 36 dipinti dai nobili di corte e perfino il re Luigi XV, allora undicenne, posò per lei.

Dopo che Rosalba fu partita da Parigi, Pierre Crozat le scrisse in una lettera, datata 11 agosto 1721, riguardo alla terribile febbre che aveva colpito il re: “Se voi aveste deciso di rimanere a Parigi, la vostra presenza qui non sarebbe passata inosservata, poiché molte persone sono consapevoli del vostro grande affetto per il giovane monarca”. Pierre ammirava Rosalba, desiderava la sua compagnia, e questa lettera dimostra che non era il solo.

La famiglia ritornò a Venezia, ma non vi rimase per molto. Nel 1723 erano alla corte di Modena; Rosalba dipinse i ritratti matrimoniali delle tre giovani principesse. La vita di corte era noiosa e fastidiosamente pettegola. Rosalba scrisse ad Angela con sottile, malcelato sarcasmo: “Benedette mille volte queste principesse e il loro padre, che non pensano ad altro che a farmi piacere, e che ciò nonostante ci lasciano andar via, prima di quel che desiderano”.

Rosalba era pronta a ripartire. Nel 1730 viaggiò verso Vienna, chiamata da Carlo VI, l’Imperatore del Sacro Romano Impero, che le aveva commissionato dei dipinti e la voleva come maestra di pittura per la moglie (fu l’unica occasione in cui accettò di dare lezioni). Durante il suo soggiorno a Vienna completò anche il ritratto del librettista Pietro Metastasio.

La fama e l’influenza di Rosalba si stendevano attraverso l’Europa come i fili d’argento che abbellivano i palazzi e le corti.

Alquanto rimarchevole per una pittrice donna a  quel tempo (e rimarchevole esserlo, a quel tempo) ebbe una notevole influenza su molti colleghi maschi: Maurice-Quentin de la Tour, Jean-Etienne Liotard, Perroneau, Rafael Mengs e John Russel. Rosalba strinse una profonda amicizia con il pittore Antoine Watteau. Fino alla sua morte prematura, nel 1721, egli usava fare incisioni dei suoi lavori che poi le mandava; Rosalba ringraziava, scrivendogli che era onorata di esserne la destinataria, poiché “si annoverava tra il gruppo degli estimatori di quel genio singolare”.

Altrettanto influenzate dalla sua tecnica furono le pittrici francesi Adelaide Labille- Guiard ed Elisabeth Louise Vigée le Brun, così come più tardi le veneziane Marianna Carlevarijs, Margherita Terzi, Felicita e Angioletta Sartori, Antoinette Legru.

La sorella Giovanna, chiamata in famiglia Nanetta, lavorava al suo fianco come assistente, probabilmente aiutandola a preparare i materiali. Sebbene Rosalba usasse pastelli acquistati nelle Fiandre, a Roma, a Venezia, la sua preferenza andava a quelli provenienti da Parigi. Sperimentò anche il “gesso da sarta e la polvere di conchiglia per legare i pigmenti, al posto della più comune gomma” (Jeffares 1).

Di ritorno a Venezia, il lavoro aumentò così tanto che Rosalba e Nanetta non riuscivano a starvi dietro. Nanetta aiutava preparando i pastelli, i drappi, i fondali ma le commissioni erano sempre troppe. Così la pittrice prese con sé delle giovani assistenti, prima Felicita e Angioletta Sartori, poi Luisa Bergalli, che in seguito si occupò del commercio di pennelli ed ebbe la sua fama come scrittrice e traduttrice. Tra lei e Rosalba si instaurò una lunga amicizia, che fu di aiuto a entrambe  nei momenti di depressione e sconforto.

Quando Nanetta morì di tisi, nel 1738, Rosalba si sentì devastata. Lo storico Alberto Toso Fei descrive Rosalba “incline all’introversione e bisognosa dell’affetto della sua famiglia”, così la morte della sorella dev’essere stata assai traumatica per lei. In una lettera scrisse: “Sono fuori di me, in preda alla più profonda malinconia, e non mi consola il fatto che mia madre e l’altra mia sorella siano in buona salute”. Non lavorò per mesi.

Cenni della sua malinconia erano emersi già nei suoi diari di Parigi, dal 1720 al 1721; il 14 ottobre aveva scritto, senza ulteriori spiegazioni “Un giorno triste per me”.

Nonostante nei suoi dipinti traspaia leggerezza e gioia, tranquillità e calma, niente al di fuori della famiglia aveva per lei pari importanza.

Rosalba aveva molti amici e molti ammiratori, ma non si sposò mai – una nota a piè pagina appena accennata nelle sue lettere. La studiosa Anna Kleinman, nella ricerca condotta sulle lettere di Rosalba, arriva a supporre che fosse innamorata dell’amico Zanetti  anche se l’amico dei due, Malamani, avrebbe rigettato questa congettura come una “vera sciocchezza”. Una stuzzicante ipotesi è quella che sia stata ritrovata una lettera d’amore di Rosalba, nascosta nella cornice del ritratto da lei eseguito di Humphrey Prideaux, anche se questo nome non è mai apparso nelle sue lettere.

Il suo talento artistico supportava economicamente la famiglia;  non aveva bisogno di un uomo per le ragioni che erano tipiche a quei tempi: sicurezza economica o protezione. Ma fu per questo che Rosalba non si sposò? Ricevette più di una proposta, tra le altre anche quella di  un ammiratore di 29 anni più giovane, che le era stato presentato da un amico. Rosalba replicò al suo corteggiatore in una lettera: “Voi mi sorprendete molto. Il nostro amico parla così bene di voi che mi avrebbe persuasa, se non fosse che non ho la minima intenzione di cambiare la mia vita.”

“Il mio impiego, che troppo m’occupa ed un naturale assai fredo, m’han sempre tenuto lontana dagli amori e pensieri di matrimonio.” Rosalba aveva allora 46 anni e aggiungeva: “Farei ben ridere il mondo, s’hora, c’ho già passata la gioventù, entrassi in questi.” (Cit. “Rosalba Carriera. Lettere, diari, frammenti” B. Sani, 753).

La sua famiglia le bastava. Scriveva anche: “Giovanna, che ha sempre avuto la stessa intenzione di mantenersi libera da legami e fidanzamenti, sa di questa offerta, ma non ne parlerà”.

La vita di Rosalba era riempita dalla pittura, dalla famiglia, dalla chiesa, le amicizie, il teatro e i mille piaceri di una soddisfacente tranquillità domestica. Rosalba non era così ribelle da stabilire nuove norme; lei semplicemente viveva la sua vita nel modo che le era più congeniale e si sentiva fortunata di poterlo fare.

Come fa notare la  sua biografa Evangeline Blashfield, le donne artiste come Rosalba “non erano obbligate a diventare martiri o combattenti e prendevano i loro incarichi e il loro talento come semplici e naturali, così come avrebbe fatto un uomo col suo lavoro”. Rosalba non lottava per i pari diritti; lei disegnava e colorava, portava la luce sui visi e sui tessuti, era grata di questo talento e lasciava l’eredità delle sue opere.

Molti sostengono che una delle più importanti prerogative dei ritratti di Rosalba stia nella loro qualità di introspezione. Rosalba era abile nel catturare e descrivere la personalità e la psicologia dei suoi soggetti.

Nel suo ritratto, Anna Sofia Enrichetta di Modena appare imperiosa e mostra il suo seno prorompente appena trattenuto dal corsetto ad un potenziale corteggiatore.

O ancora, il nobile irlandese Gustavus  Hamilton, che indossa un tipico copricapo a tricorno veneziano e una maschera bianca, sembra sollevare appena un sopracciglio quasi a chiedere: “Problemi se sono intento a godermi il Carnevale?”. Questi non sono solo un duca e una principessa seduti per un ritratto; lo spettatore sente una simpatia perché può scorgere i loro pensieri interiori nell’espressione degli occhi, nell’accenno di un sorriso, nella posa di una mano. I pastelli di Rosalba hanno una qualità luminosa, che era più comune nei dipinti ad olio, perché lei sapeva esaltare, illuminandoli, i fili di un merletto, la trama di un tessuto o lo scintillio di un occhio. Riusciva a catturare molto più che la verosimiglianza delle persone.

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Miniatures (Sorry for the poor quality; I couldn’t use flash in the museum)

Dov’è la vera Rosalba in tutto questo? Lei non parlava della sua vita interiore nei diari e solo a intermittenza nelle sue lettere. Ma rivelava qualcosa di sé in un altro modo: attraverso i suoi ritratti.

Sebbene non abbia datato molti dei suoi dipinti, e tanto meno i suoi ritratti, ciò nonostante questi ultimi mostrano una successione degli stati d’animo lungo la sua esistenza. Il più conosciuto, dove appare tenendo in mano un ritratto appena eseguito della sorella Giovanna, appartiene ai primi tempi della sua carriera. Rosalba vi appare amabile, il lucente e setoso tessuto dell’abito color crema fa pendant con i riccioli dei suoi capelli. Fiori e pizzi la adornano, il pennello in mano, sembra infusa di tenera dolcezza.

L’autoritratto come Inverno, del 1731,  mostra il suo viso incorniciato da una bianca pelliccia maculata, il ricco vestito e il cappello di un bel blu fiordaliso. Il  sorriso appena accennato denota intelligenza e sicurezza.

Ma sopraggiunge un cambiamento: i successivi due autoritratti, forse del 1740, la mostrano con un abito rosso scuro, un accenno di velo trasparente sul collo e ornamenti discreti – semplici orecchini a goccia e una sottile tiara che quasi scompare nello sfondo. Lei sorride appena, il suo sguardo appare un po’ sospettoso, ammonitore.

In questo ritratto, come anche nel successivo, in cui i colori sono simili e tutto è più sobrio, Rosalba guarda altrove, anziché verso l’osservatore. Sembra più cupa (erano già mancate la sorella e la madre). Si sta staccando dallo spettatore e da ciò che la circonda? Si sente priva d’affetto ora? Questi ritratti indicano come lei abbia scelto di mostrarsi agli altri così, sebbene lasci un diario insufficiente al riguardo, il “diario” del suo volto esprime le sue emozioni senza che vi sia il bisogno di un racconto che le spieghi.

Un ultimo, non datato, autoritratto la mostra con neri occhi vivaci e vezzosi nastri blu tra i capelli bianchi. Ciò fa supporre che dei momenti di serenità si alternassero ai giorni tristi.

Dal 1746 la vista di Rosalba stava diminuendo progressivamente. In una lettera del 23 agosto 1749 indirizzata all’amica Marietta, Rosalba le parla degli ultimi tre, tristi anni di cecità, intervallati solamente da un periodo nel quale, grazie ad un intervento, aveva riacquistato parzialmente la vista. Scriveva: “Ora vorrei vedere tutto, e non mi è permesso di farlo fino a marzo, quando dovrò subire una seconda operazione”.

Rosalba si sottopose a un’operazione alla cataratta, ma senza successo e divenne completamente cieca nel 1751.

Visse altri sei anni, senza poter più creare quelle belle cose che avevano colorato la sua esistenza.

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Rosalba’s house, Ca’ Biondetti (the one with four windows across)

Molti cronisti attestano che spese gli ultimi anni della sua vita in una profonda depressione, accettando le visite dei soli familiari di Chioggia e di pochi amici intimi.

La sua casa era stipata di begli oggetti… un violino e un’arpa dorata, porcellane cinesi, candelabri d’argento, preziose statuine di ceramica, tabacchiere d’oro e lapislazzuli, medaglie di elogio – oggetti che poteva toccare ma sui quali non poteva più posare lo sguardo.

Rosalba morì il 15 aprile 1757, 4 mesi dopo aver scritto nel suo testamento che era grata a Dio “che ha reso la mia vita ricca attraverso la pittura”.

Incapace di godere della vista delle gondole sul Canal Grande, guidate dai gondolieri nelle loro divise a strisce; dei pupparini traboccanti di ceste di spezie gialle e verdi, di pomodori rossi e melanzane viola… Rosalba aveva almeno la sorella Angela al suo fianco.

Quando Rosalba perse tutti questi colori, gli stessi risplendevano nei luminosi pastelli che decoravano i salotti e i saloni di tutta Europa, nei ritratti che lei aveva creato e che continuavano a deliziare altri occhi.

La casa di Rosalba, Ca’ Biondetti sul Canal Grande (accanto a Palazzo dei Leoni-Guggenheim), ha una minuscola, quasi illeggibile targa sulla sua facciata, la quale ricorda che in quel luogo “visse e morì” questa artista che “portò la pittura a pastello alla massima altezza”.

All’entrata su strada, i passanti possono ora vedere delle singolari sculture: il volto paffuto di un cherubino collocato sul muro e un’altra di un bambino disteso, avvolto in un panno.

La vicina chiesa di San Vio, dove Rosalba e la sorella Giovanna erano state battezzate, fu demolita dopo la caduta della Repubblica di Venezia; nel 1862 Gaspare Biondetti eresse una piccola cappella dedicata ai santi Vito e Modesto sulle rovine di quell’antica chiesa. Posta nel muro vi era una piccola pietra, sotto a una croce, con la scritta “Rosalba Carriera, Pittrice 1757”. Ma anche questa ora non c’è più.

Il più grande monumento di Rosalba Carriera sono i suoi ritratti in giro per l’Europa e quelli raccolti a Venezia, alla Galleria dell’Accademia e in particolare a Ca’ Rezzonico, dove un’intera stanza è dedicata quasi esclusivamente ai suoi dipinti.

Cornici intagliate e dorate, ricche tappezzerie traboccanti di fiori sul velluto blu, racchiudono i volti di un bimbo, un nobiluomo, una suora, una celebre cantante e molti altri,  tutti catturati in soffici e brillanti pastelli dalle agili mani di Rosalba.

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Former Church of San Vio

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About seductivevenice

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6 Responses to A New Original

  1. Nancy Schwalen says:

    A whole new audience for your wonderful work! I hope it takes off.

  2. Jane Fleming says:

    I had the pleasure and privilege recently of staying in Ca Biondetti and will be returning in December for another stay. It is a delightful house, full of positive vibes and one can only imagine Rosalba sitting at the window listening to the sound of the water. Thank you for sharing the chapter and for your research. She was clearly a very special lady.

    • How exciting! I’ve never been inside the building. What is it like? I love hearing that it’s full of positive vibes. I like to imagine them coming from Rosalba and her loving and talented family members.

  3. Jane Fleming says:

    We rented the ground floor as the house is now divided up into apartments. I’m still trying to establish if this was her only home in Venice and therefore where she had her studio. Photos show that there is a rooftop structure which would have allowed more light to enter.
    There are photos of the interior (and details of the rental if you’re tempted!) at http://www.veniceapartments.org The apartment is in Dorsoduro and called ‘Michiel’ on their web-site if you want a peep inside! It’s been nicely furnished by the owners. I’m afraid we couldn’t resist so we’re going back for Christmas. I didn’t notice the plaque on the wall but will look out for it this time. I also intend going over to Chioggia to see the house where she was born. I’m confused as to why she and her sister were baptised at San Vito. I’m also trying to establish what happened to her body when the church was knocked down. All fascinating stuff! If I can be of any help then do say! I’m happy to take pictures for you when I go back. I do have plenty of the exterior of the house and a couple of the interior but don’t seem to be able to add photos to this post.
    Lovely to make contact with another enthusiast!

  4. Thanks for sending the link. The apartment is lovely! I’m guessing that Rosalba didn’t have lime green ceilings when she lived there. 🙂
    If you find answers to your many questions here, I’d love for you to share the information with me. And if you’re willing to share your own photos, you can email them to me at kathleenanngonzalez at yahoo.com. If it’s okay with you, then I’ll post them to this blog, too.

    • Jane Fleming says:

      Will do! I discovered yesterday that Rosealba loved chocolate! Antonio Sforza (1736) dedicated a poem to her entitled Sonnet in Praise of Hot Chocolate!

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